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Come i criminali si sono messi a chiedere riscatti in criptovalute
Post by: Mv service
06/11/2020 16:15

Sembrerà assurdo, ma dopo il caso di una donna in Norvegia si parla di un trend anomalo: sequestri che si risolvono in riscatti da pagare in bitcoin

(foto: ROSLAN RAHMAN/AFP/Getty Images)

di Cecilia Sala

La polizia norvegese ha diffuso la notizia del rapimento di Anne-Elisabeth Falkevik Hagen, che ha 68 anni ed è sposata con uno degli uomini più ricchi del paese, il magnate dell’energia Tom Hagen. Secondo quanto riporta la testata locale Verdens Gang, i rapitori hanno chiesto come riscatto l’equivalente di nove milioni di dollari: da pagare, però, in una particolare criptovaluta, Monero.

Il caso in Norvegia
La donna era sparita da casa sua a Fjellhamar, vicino a Oslo, il 31 ottobre scorso. I suoi parenti, rientrando a casa, avevano trovato un biglietto con le richieste dei rapitori e minacce all’incolumità della donna nel caso non venissero rispettate le loro prescrizioni. La notizia è rimasta segreta per oltre due mesi, durante i quali le indagini non avevano però portato ad alcun risultato.

La polizia, oggi, ha quindi deciso di divulgare alcune informazioni sul caso, nella speranza che qualcuno in possesso di notizie utili si faccia avanti.
La Norvegia non è affatto abituata agli eventi eclatanti ed è ha uno dei tassi di criminalità più bassi del continente europeo; è poi la prima volta che, da quelle parti, il pagamento di un riscatto viene preteso in criptovaluta. Eppure, per strano che possa sembrare, il fenomeno non è più una rarità.

Perché i cripto-riscatti
Monero è una criptovaluta molto volatile: a gennaio un’unità valeva quasi 500 dollari, oggi ne vale circa 45. Inoltre, è decentralizzata e garantisce l’anonimato: la sua caratteristica principale è proprio la garanzia di riservatezza totale per le parti coinvolte nelle transazioni. Questa peculiarità l’ha resa l’opzione migliore per i rapitori, rispetto, ad esempio, ai più famosi e regolamentati bitcoin.

Se il rapimento è il più antico tra i metodi utilizzati dai criminali per autofinanziarsi, le richieste di riscatto in criptovaluta sono una novità che le forze di polizia di tutto il mondo non sanno ancora bene come affrontare. Il primo episodio del genere si era verificato nel 2015, quando un gruppo aveva rapito un cittadino canadese in Costa Rica, chiedendo mezzo milione di dollari in bitcoin in cambio della liberazione dell’ostaggio.

Un caso simile si era verificato nei mesi successivi a Hong Kong, e ancora nel dicembre del 2017, quando un gruppo criminale di Kiev aveva rapito il manager russo della Bitcoin exchange Exmo, rilasciato solo dopo che parenti e colleghi avevano pagato un milione di dollari in criptovaluta ai rapitori.

Tra i casi più recenti – secondo quanto riportato dal Guardian – ci sono le richieste di riscatto in criptovaluta che riguardano il rapimento di due bambini sudafricani, uno di 13 e una di 9 anni. Dall’essere casi isolati, nel 2018 i sequestri con richieste di riscatto in criptovaluta sono stati almeno uno al mese, secondo quanto emerge da un report pubblicato quest’estate dalla società di consulenza londinese Control Risks, specializzata in sicurezza privata e internazionale.

Il problema di cui i rapitori norvegesi non hanno tenuto conto, però, è che la somma di nove milioni chiesta come riscatto equivale a circa il 10% dell’intero mercato mondiale di Monero, una moneta ancora relativamente poco diffusa. Si tratta di un dettaglio che potrebbe semplificare le cose alle autorità, rendendo più facile l’individuazione dei responsabili nonostante l’estrema tutela della privacy di cui godono gli utilizzatori di questa criptovaluta.


Fonte: WIRED.it