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La diffusione delle fake news è davvero “colpa” degli over 65?
Post by: Mv service
11/11/2020 16:15

Uno studio pubblicato su Science Advances sembra attribuire la proliferazione delle bufale a chi ha più di 65 anni. Ma il discorso è più complesso (e la tesi abbastanza opinabile)

(Foto: Robert Alexander/Getty Images)

Per il modo in cui è stata presentata, la notizia parrebbe non lasciare adito a dubbi: come molti giornali hanno riportato nelle ultime ore, un nuovo studio scientifico ha stabilito che gli over 65 sono i principali condivisori e viralizzatori di fake news online. Con titoli più o meno simili, ne parlano ad esempio The Verge e Vice, oltre a una miriade di altre testate d’Oltreoceano, e – al traino – alcuni giornali e siti italiani. Basta fare una rapida ricerca su Google per rendersi conto di quanto lo scoop abbia avuto successo presso le redazioni di mezzo mondo, riservando agli utenti del web meno giovani il ruolo ingrato dei somari che utilizzano male gli strumenti dello share e del like.

Al di là dei titoli giornalistici, molto netti nel riassumere in una battuta le conclusioni di uno studio ben più articolato, i contenuti degli articoli riprendono i contenuti di un paper scientifico, pubblicato mercoledì 9 gennaio sulla rivista Science Advances, un giornale di impact factor 11,5 (dunque piuttosto alto) che fa parte del gruppo Science.

Notizia vera, dunque, ma che merita diverse puntualizzazioni prima di poter essere generalizzata. Anche senza entrare nel merito dei dettagli fini della ricerca, condotta dalle eccellenti università di New York e Princeton, la metodologia adottata dagli autori dello studio – per loro stessa dichiarazione, nero su bianco – merita alcuni chiarimenti. Abbiamo raccolto qui quelli che ci paiono più significativi.

1. Lo studio è focalizzato solo sugli Stati Uniti
Prima di esportare i risultati fuori dal Nord America, può essere utile sapere che il campione di circa 3500 persone coinvolte nello studio è costituito esclusivamente da cittadini statunitensi. I ricercatori hanno cercato di scegliere un campione rappresentativo che tenesse conto non solo delle differenze di età, ma anche – tra le altre cose – di genere, livello d’istruzione, disponibilità economiche e orientamento politico. Se da un lato è emerso che l’anno di nascita è il fattore più determinante rispetto a tutte le altre possibili categorizzazioni, dall’altro tutta la ricerca si concentra sulla sola società statunitense, tra l’altro in un intervallo temporale molto particolare quale il periodo pre-elettorale dell’ultima campagna presidenziale, nel 2016.

2. Facebook-centrismo e politico-centrismo
Come in ogni studio condotto seriamente, i ricercatori non hanno preteso di ricavare conclusioni assolute, ma hanno ben circoscritto il caso di studio in esame. In particolare, la ricerca ha riguardato esclusivamente Facebook, tralasciando tutti gli altri modi in cui la disinformazione può propagarsi in rete, da Twitter a WhatsApp, dal passaparola digitale ai risultati forniti dai motori di ricerca. Secondo altri studi di cui abbiamo già parlato qui su Wired, ad esempio, la responsabilità della viralizzazione delle fake news su Twitter sarebbe da attribuire prevalentemente ai bot e non agli account corrispondenti agli utenti umani.

L’altro aspetto, intrinseco alla ricerca, è che ci si è concentrati solamente sulle bufale a sfondo politico, ossia su quelle potenzialmente in grado di alterare l’orientamento dell’elettorato. Questo può indirettamente includere anche tematiche scientifiche (basta pensare al riscaldamento globale secondo la linea politica di Donald Trump), ma lascia fuori tutti quei campi della disinformazione scientifica che non sono entrati nei dibatti della campagna elettorale statunitense, dalle pseudo-medicine all’alimentazione, dall’esplorazione spaziale ai complottismi di varia natura. Per non parlare di una serie di altri filoni quali le fake news legate alla sfera hi-tech, al mondo dello spettacolo o alle truffe informatiche.

(foto: NurPhoto/Getty Images)

3. Di quante persone parliamo davvero
Nello studio scientifico sono state interpellate 8763 persone, di cui solo meno della metà ha acconsentito all’inserimento dei propri dati personali (inclusa l’età) nel database dei ricercatori. I colpevoli di diffondere bufale, poi, sono stati quantificati appena tra il 3% e l’11% dei partecipanti, a seconda della fascia d’età. Ma al di là della dimensione del campione statistico – comunque grande, ma ben lontana dal paradigma dei dig data – può essere utile ricordare che a livello mondiale appena il 4% degli account attivi su Facebook è controllato da persone dai 65 anni in su. Se anche fosse replicabile a livello internazionale la statistica secondo cui i più anziani condividono le bufale fino a 7 volte in più della fascia d’età 18-29 e oltre il doppio della fascia 45-65 anni, quale sarebbe l’impatto reale di queste condivisioni sull’intero ecosistema Facebook? Se anche gli over 65 fossero mediamente i più disattenti, il loro contributo nel panorama mediatico sarebbe davvero così determinante?

4. Notizie vecchio stile e La Rebubblica
Come si contano le fake news? Si tratta di un problema complicatissimo, che necessariamente impone di fare delle scelte e quindi di avere delle limitazioni. In questo caso i ricercatori hanno deciso per prima cosa di limitarsi alle sole notizie in formato tradizionale, ossia a quelle con la struttura di un articolo di giornale online, condivisibili su Facebook con la classica anteprima foto-più-titolo. Ciò significa aver trascurato del tutto la galassia delle bufale raccontate attraverso fotografie, meme, video, didascalie alterate e post testuali, formati che sono il piatto principale della dieta mediatica degli utenti più giovani. Questa limitazione, da sola, potrebbe giustificare buona parte dello squilibrio per età che è emerso nei risultati.

Altra questione è come identificare il campionario delle notizie da considerare bufale. I ricercatori in proposito si sono affidati a una lista di siti selezionati da BuzzFeed tra quelli più attivi nel creare fake news, qualcosa di analogo (ma ben più ridotto in quantità) alla black list realizzata per l’Italia da Bufale.net. Di 30 siti bufalari individuati, alla fine sono stati considerati solo i 21 domini meno “dichiaratamente partigiani”, per i quali tutti gli articoli sono indiscriminatamente stati considerati fake. Al contrario, nessuna fake news rilanciata da altri siti o giornali è stata inclusa nel computo, e l’unico criterio di classificazione è basato sulla url (la sequenza di caratteri del link) della notizia. Sarebbe un po’ come, cercando di creare un’analogia per l’Italia, se considerassimo solo i contenuti pubblicati su domini come La Rebubblica (scritta con 3 b), Il Fatto Quotidaino (a vocali invertite) e Diodidream, trascurando le fake news occasionali che escono anche sui giornali più autorevoli, le notizie distorte e quelle raccontate con una visione colpevolmente parziale.

5. Quindi di chi è la colpa delle bufale?
La domanda non ammette una risposta semplice, soprattutto se si affronta la questione con un approccio scientifico. Per dare un’idea della complessità del fenomeno, restando sempre negli Stati Uniti, l’università di Santa Barbara, in California, ha raccolto oltre una quindicina di studi accademici sul tema (di cui la maggior parte pubblicati tra il 2017 e il 2018) che esaminano una vastità di dinamiche tra cui il ruolo dei condizionamenti cognitivi, degli algoritmi che determinano la visibilità dei contenuti, dell’intervento di bot e troll sui social e di come gruppi diversi di persone reagiscono in modo differente davanti a notizie rivolte a un preciso target di pubblico.

Probabilmente non sono del tutto infondati o insensati i tentativi di interpretazione dello studio appena uscito su Science Advances, che vorrebbero attribuire un ruolo importante nella défaillance degli over 65 alla loro scarsa alfabetizzazione digitale e al rafforzamento – con l’età – dei pregiudizi come il confirmation bias. Tuttavia, ricondurre il tema delle fake news a una questione di età anagrafica pare davvero troppo semplicistico, e difficile da sostenere se si considera il fenomeno nella sua complessità e pluralità di forme.


Fonte: WIRED.it